Ho appena letto un’intervista con padre Vincent Feroldi, il nuovo responsabile del Servizio nazionale per le relazioni con l’Islam (SRI) della Conferenza episcopale francese.

Prima di presentare i commenti che mi sono stati suggeriti da questa intervista, segnalo la fotografia di padre Feroldi inserita nell’articolo, che lo mostra vestito in borghese e perciò disobbediente alla Chiesa, la quale continua a chiedere ai sacerdoti di indossare l’abito clericale (can. 284), per cui se «L’abito ecclesiastico è il segno esteriore di una realtà interiore»[1], viene voglia di chiedere a questo sacerdote di andarsi a rivestire … In un tempo in cui i punti di riferimento tradizionali scompaiono, mentre dappertutto spuntano i veli delle donne musulmane e i qamis dei loro mariti, ci si chiede se sia davvero opportuno disprezzare tale umile testimonianza di fedeltà alla Chiesa e all’annunzio della Presenza del Dio Salvatore in mezzo a noi. E sebbene la Chiesa chieda che questa disobbedienza sia rimossa dalla «competente autorità» [2], la Conferenza Episcopale, di questo dovere, da decenni ormai, sembra non curarsi. Ma è un peccato, perché oltre a denotare mancanza di amore nei confronti della Chiesa, che richiede tale comportamento, questo costituisce anche un ottimo modo per rovinare l’autorità: come chiedere ai fedeli di testimoniare la fede quando noi stessi ci rifiutiamo di testimoniarla tramite un mezzo così semplice qual è l’abito? E come chiedere alle persone di rispettare il dovere dell’ obbedienza quando noi stessi non obbediamo, e ciò pur avendo giurato obbedienza in ciascuna delle tappe della nostra ordinazione sacerdotale? Certo, volendo pontificare, si dirà che ormai ci siamo abituati e che «esistono cose più importanti», e si calpesterà così la Parola dal Signore che dice: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti» (Lc 16.10) … Lezione che l’intervista, purtroppo, non potrà invalidare.

Il nuovo direttore del Servizio nazionale per le relazioni con l’Islam della Conferenza episcopale francese [3] ci parla  «di un Islam spirituale, cammino che conduce a Dio e che permette ad alcuni uomini e ad alcune donne di dare pienamente  senso alla loro vita». Nel leggere ciò, chiedo  alla Conferenza episcopale francese perché si dovrebbe continuare ad essere cristiani, se è vero che l’Islam conduce a Dio e può dare un senso pieno alla nostra vita. Questo buon padre sta forse invitando a diventare musulmani coloro che sono alla ricerca di Dio e vorrebbero dare un senso pieno alla propria vita? Ma si può essere ancora cristiani quando si crede che l’Islam possa portare a Dio? Esistono forse vie diverse per arrivare a Dio? Si è ancora cristiani quando si nega che Gesù è l’unica via per andare a Dio (Gv 14.6)? Si sente, l’autorità episcopale, coinvolta da queste parole?

«Nell’opinione pubblica, Islam equivale a jihadismo che equivale a violenza. Ora, io conosco tanti musulmani testimoni della fede che vivono profondamente i valori evangelici». Il Padre Feroldi si rende colpevole di aver utilizzato qui, cosa altrettanto comune quanto disastrosa, il metodo della confusione, per cui  la bontà naturale dei musulmani viene attribuita all’Islam. Non operare questa distinzione è catastrofico, perché, così facendo, volendo amare i musulmani, si finisce per amare l’Islam. Che  nell’Islam vi siano delle brave persone non deve essere imputato all’Islam, ma alla natura umana, che Dio ha creato buona, ragion per cui si trovano persone buone dappertutto. Dio fa «sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5.45). I musulmani, poiché condividono la medesima natura umana degli altri uomini, sono, come ciascuno di essi, liberi di obbedire ai dettami della loro coscienza, di fare il bene anziché il male,  di vivere profondamente «i valori evangelici» oppure no. E se scelgono di vivere «i valori evangelici», questo non può mai essere grazie all’Islam, ma sempre malgrado l’Islam, nonostante gli elementi positivi che l’Islam contiene, come il riconoscimento dell’esistenza del Dio Creatore e la sua unicità, i quali sono presenti soltanto allo scopo di far meglio credere che il rifiuto della fede cristiana,  caratteristico dell’Islam, sia un rifiuto ben fondato. «Nessun albero cattivo può produrre frutti buoni» (Mt 7.18). Dal momento che l’Islam nega il compimento perfetto, universale e definitivo, della salvezza realizzata in Gesù e resa presente nella e dalla Chiesa, da dove potrebbe mai venire se non dall’inferno? Per quanto riguarda i valori evangelici, questi avrebbero dovuto essere scritti tra virgolette, come insegna l’enciclica Redemptoris missio, perché i valori del Vangelo si possono vivere unicamente in comunione con Gesù, cosa che l’Islam si fa un vanto, per l’esattezza, di rifiutare (Corano 2.116; 4.171; 10.68; 23.91; 43.81). «Certo, esso [il Regno dei Cieli] esige la promozione dei beni umani e dei valori che si possono ben dire «evangelici», perché sono intimamente legati alla “buona novella”. Ma questa promozione che pure sta a cuore alla la Chiesa, non deve essere distaccata né contrapposta agli altri suoi compiti fondamentali, come l’annunzio del Cristo e del suo Vangelo, la fondazione e lo sviluppo di comunità che attuano tra gli uomini l’immagine viva del regno. Non si tema di cadere con ciò  in una forma di “ecclesiocentrismo”»[4]. Delle due l’una: o il nuovo direttore delle relazioni con l’Islam lusinga pubblicamente l’Islam con la speranza di farsi amare dai musulmani, e in questo caso non è un servitore di Cristo (Gal 1.10); oppure ignora che cosa sia l’Islam, e in questo caso non si trova al suo posto. Non vedo altra spiegazione possibile per una simile confusione.

«Voglio essere al servizio di  questo incontro tra credenti e promuovere una presenza armonica  e costruttiva nello spazio pubblico». Quale presenza armonica si può sperare dai musulmani, ai quali Allah comanda:  «Combatteteli [i cristiani] finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah!» (Corano 2.193)  e ai quali fa dire: «Tra noi e voi è sorta inimicizia e odio [che continueranno] ininterrotti, finché non crederete in Allah, l’Unico!» (Corano 60.4)?

Il padre Feroldi ha poi parlato dei matrimoni  islamo-cristiani, che procurano un gran numero di conversioni all’islam, dal momento che una musulmana non può sposare un non musulmano, a meno che questi non si converta all’Islam (Corano 2.221), cosa richiesta da tutti paesi musulmani e a cui  l’amministrazione francese si sottomette molto devotamente, come parte dei suoi accordi bilaterali. Colgo l’occasione per segnalare che, per un cristiano, professare la fede musulmana, ossia la Shahada, significa apostatare dalla fede cristiana, e quindi perdere la Vita eterna … So che alcuni prelati – perfino in Vaticano – consigliano di accettare quello che essi vorrebbero considerare solo una mera formalità, ma Nostro Signore ci ha insegnato che bisogna preferire il Suo amore a qualsiasi altro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14.26). Il direttore del SRI disapprova il fatto che le famiglie non vedano di buon occhio tali unioni, perché queste coppie «vogliono dare una dimensione spirituale alla loro unione». Ma quale unione spirituale possono pensare di realizzare delle persone che sono divise fin nel loro rapporto con Dio, che è la Sorgente e il Fondamento dell’amore? Come potranno formare un solo essere se non sono uniti nello stesso Dio? Che cosa vi è di più importante, su questa terra e nell’eternità, della nostra unione con Dio? È forse senza ragione che san Paolo chiedeva di sposarsi solamente «nel Signore» (1 Cor 7.39)? Gli ortodossi non benedicono affatto i matrimoni islamo-cristiani, e i vescovi italiani hanno avuto il coraggio di sconsigliarli  «per il fatto che l’Islam considera la donna inferiore all’uomo, che nell’Islam il matrimonio è solo un semplice contratto che l’uomo può annullare quando vuole, e per il principio secondo cui i figli appartengono al padre e devono necessariamente seguire la sua religione, al punto che la madre non può nemmeno esigere che i bambini siano affidati a lei in caso di decesso del marito[5]

Nel contesto delle relazioni islamo-cristiane, in cui prevale l’ignoranza della fede cristiana sia da parte musulmana sia spesso anche da parte cristiana, è sempre importante chiarire i concetti utilizzati e cogliere ogni occasione per fare opera di catechesi. Ora, un’affermazione quale: «Lo spirito di Cristo non è riservato alla mia comunità: Egli  è presente anche nel cuore dei miei fratelli musulmani» testimonia di una confusione grave, e all’ennesima potenza, che favorisce l’eresia dell’indifferentismo religioso.

  • In primo luogo, essa lascia intendere che i musulmani siano nostri fratelli. Questo però non è il caso, perché è fratello di un cristiano solo colui che fa la volontà di Dio (Mc 3.35), ma chi obbedisce all’Islam non fa la volontà di Dio. O, in caso contrario, e di nuovo, ci si dica per quale motivo si dovrebbe continuare a rimanere cristiani e non diventare musulmani. Certo, si dirà che siamo fratelli in umanità. Ma questa prova di dimostrazione non è pertinente, perché mettersi su questo piano non ha nulla di cristiano: si può infatti benissimo essere uomini anche senza essere cristiani (cfr. Mc 3.35; 2 Cor 5.16; 11.18).
  • In secondo luogo, tale affermazione dà ad intendere che lo Spirito Santo sarebbe presente fra i musulmani come lo è nella Chiesa. Ma lo Spirito Santo è presente in ogni uomo soltanto come uno straniero di passaggio, come il vento che passa per invitare a cercare Dio e a riconoscerlo nel Cristo (Gv 3.8), mentre in un cristiano Egli si trova a casa Sua (2 Tm 1.14), in modo permanente, essendo divenuto con lui un solo spirito (1 Cor 6.17; Ebr 6.4) al fine di spiritualizzarlo e divinizzarlo (2 Pt 1.4). E questa è ben altra cosa! Se lo Spirito Santo fosse presente nei non battezzati così come lo è nei battezzati, perché allora si dovrebbe chiedere il battesimo per ricevere lo Spirito Santo (At 2.38)? «Lo Spirito santo dimora in essa, la vivifica con i suoi doni e carismi, la santifica guida e rinnova continuamente. Ne deriva una relazione singolare e unica, ché pur non escludendo l’opera di Cristo e dello Spirito fuori dei confini visibili della Chiesa, conferisce a essa un ruolo specifico e necessario. Di qui anche lo speciale legame della Chiesa col Regno di Dio e di Cristo, che essa ha “la missione di annunziare e di instaurare in tutte le genti.“»[6] Non si vede in che modo il dialogo possa svolgere il proprio ruolo se elimina la specificità cristiana per identificarla con la condizione altrui.

Infine, il padre Feroldi ci dice di essere «stato in comunione profonda con quel tempo di preghiera» che è la festa dell’Id al-Adha. Ma come è possibile essere in comunione con una preghiera anti-cristiana? Questo prete non ha forse imparato che «La preghiera comune è basata su una fede comune, e quindi pienamente condivisa da coloro che vi prendono parte»[7]? Anche il cardinale Tauran lo riconosce: «Pregare insieme, questo si chiama sincretismo» [8]… cioè una eresia. Vorrei che i membri della Chiesa impegnati nel dialogo inter-religioso meditassero di più su questo invito di san Paolo:  «Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? » (2 Cor 6.14-15)

Sembra che oggi si faccia tutto non già per fortificare i fedeli contro l’Islam[9], il quale non ha altra ragion d’essere se non quella di distruggere il cristianesimo e portare le anime all’inferno, ma per renderlo accattivante. A che cosa serve, in fondo, il dialogo islamo-cristiano, e il SRI che è al suo servizio, se non per conferire all’Islam la rispettabilità di cui ha bisogno per islamizzare tranquillamente la società, e quindi i cristiani stessi? Senza mettere in dubbio le buone intenzioni del padre Feroldi, sono propenso a prendere sul serio la denuncia fatta da Nostra Signora di Akita riguardo ai compromessi tramite i quali Satana si introduce nella Chiesa. Così come provo orrore nel vedere la Chiesa cattolica partecipare alla Conferenza dei Capi di culto in Francia  – perché, secondo la volontà della religione repubblicana per la quale tutte le religioni sono uguali, essa dà così a vedere di aver rinunciato ad affermarsi come l’unica vera religione,  «colonna e sostegno della verità»  (1 Timoteo 3.15), promuovendo di conseguenza l’indifferentismo[10] – allo stesso modo, il mio desiderio sarebbe che noi non avessimo alcuna relazione con l’Islam, e che non ci fosse alcun SRI! Non è forse questo che chiede il mite san Giovanni, l’apostolo dell’Amore?  «Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento [il Vangelo], non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie» (Gv 1.10-11).

 

Abbé Guy Pagès

__________________________________________________________

[1] Congregazione per il Clero, Direttorio per il Ministero e la Vita dei Presbiteri, n. 61.
[2] ibidem, n. 61 b.
[3] http://www.relations-catholiques-musulmans.cef.fr/2015/09/01/passage-de-temoin-a-la-direction-du-sri/
[4] San Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, n. 19.
[5] http://www.bladi.info/threads/vatican-mariage-catholique-musulman.44711/
[6] Redemptoris Missio, n. 18.
[7 http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_june-sept-1996_fortino_fr.html
[8] http://fr.aleteia.org/2013/01/21/musulmans-et-chretiens-peuvent-ils-prier-ensemble/
[9] Come chiesto anche da Giovanni Paolo II (cfr. Ecclesia in Europa, n. 57).
[10] «Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequiente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio» (Pio XI, Mortalium Animos).

Fonte:  http://www.islam-et-verite.com/blog/eglise/le-pere-vincent-feroldi-nouveau-responsable-du-sri.html

 

(Trad. it. a cura di Carmela Cossa)

Annunci