(Liturgia della Parola: Gen 18 1-10; Sal 14 ; Col 1 24-28; Lc 10 38-42)

 

I testi della liturgia odierna hanno come tema comune l’accoglienza.

C’è prima l’ospitalità spontanea e generosa offerta da Abramo ad un gruppo di tre visitatori inattesi che l’autore della storia designa a volte con il plurale e a volte con il singolare (Gen 18 1-10), il che ci offre una prefigurazione del mistero della Santissima Trinità… Accogliendo quegli stranieri, Abramo ha accolto Dio stesso. E come sempre, Dio non si lascia vincere in generosità: in segno di gratitudine per l’ospitalità ricevuta, Egli promette al patriarca Abramo, un uomo di cento anni sposato con una donna sterile di novant’anni, una discendenza (Gen 18 10)! Come potrebbe, un evento del genere, non portare la firma di Dio, del Dio dell’Alleanza, il Dio dell’amore e della vita?

Gesù  rievoca a più riprese la grazia legata all’ospitalità, insegnando per esempio ai suoi discepoli «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10 40). Egli ci ha avvertito che nel Giorno della Resurrezione l’aver praticato l’ospitalità sarà uno dei criteri del Giudizio quando Egli dirà agli eletti «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25 35) e ai dannati: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25 43). Questa Tradizione dell’ospitalità è stata poi insegnata dagli Apostoli. San Paolo scrive così agli Ebrei: «Non dimenticate l’ospitalità;  alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Ebr 13 2), e ai Romani: «La carità non sia ipocrita […] siate premurosi nell’ospitalità» (Rom 12 9, 13). L’accoglienza nelle nostre famiglie durante i mesi estivi dei bambini che vengono dati in affidamento dal Secours Catholique prosegue, da parte sua, questa nobile tradizione. Accogliendo lo straniero, è lo Straniero per eccellenza che noi accogliamo, Colui che non aveva dove posare il capo (Mt 8.20)… Ma, attenzione: accogliere lo straniero non deve condurci ad accogliere il suo peccato o la sua eresia, ai quali dobbiamo chiedergli di rinunciare, se vuole entrare in casa nostra! Oggi, con il pretesto della carità, accogliamo l’uomo e il suo peccato, cosicché invece di aiutarlo a liberarsene, lo aiutiamo a propagarlo… in casa nostra! Bella carità! Penso a quei genitori che non osano rifiutare ai propri figli uniti in coppie non sposate di continuare a vivere sotto il loro tetto, ma anche a tutti questi immigrati musulmani… Non dobbiamo, sotto il pretesto della carità, diventare gli utili idioti del Nemico… Se ne abbiamo i mezzi, dobbiamo accogliere i bisognosi in quanto membri della specie umana, amati eternamente da Dio e redenti dal Sangue prezioso di Nostro Signore Gesù Cristo, ma non dobbiamo accogliere colui che bestemmia Gesù Cristo, né colui che viene a portare la guerra in mezzo a noi, cosa che ogni buon musulmano deve fare! Chi può venire infatti dopo il Cristo, se non l’Anticristo? E chi è ancora capace di citare il mite san Giovanni: «Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! Fate attenzione a voi stessi, per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il FiglioSe qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie» (2 Gv 1.7-11)? Anche il Salmo dice che sarà accolto nella Casa di Dio chi «cammina senza colpa» (Sal 15 2), vale a dire colui che «onora chi teme il Signore» (Sal 15 4) e riconosce dunque il Signore in lui… Ma, oggi, molti immaginano di essere divenuti dei cristiani migliori degli Apostoli e perciò non temono di invitare i musulmani a celebrare il loro culto anticristiano addirittura nelle nostre chiese! «Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra  luce e tenebreQuale intesa tra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente?» (2 Cor 6.14-18; Gd 23).  Gli Apostoli, oggi, non verrebbero forse condannati per islamofobia?

Nella Lettera ai Colossesi, san Paolo è pieno di entusiasmo per la contemplazione del «mistero […] nascosto da secoli e da generazioni» (Col 1 26). Nascosto? Perché nascosto? Perché il peccato originale aveva precipitato l’umanità nell’oblio di Dio e del Suo amore eterno… e Gesù non era ancora venuto! Ma questo mistero « [è] ora manifestato ai suoi santi» (Ibid.), cioè ai cristiani, a coloro che riconoscono in Gesù Dio stesso!  «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14 9), dice Gesù. Gesù è presente per la Sua divinità, Causa del nostro essere e del nostro permanere nell’esistenza. Gesù è presente per mezzo della Chiesa, Suo Corpo mistico: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18 20). Gesù è presente attraverso la sua Parola, che rimane per sempre, anche dopo che il cielo e la terra saranno scomparsi (Lc 21 33). Gesù è presente nei sacramenti, atti tramite i quali Egli edifica la Sua Chiesa. Gesù è presente nella persona dei Suoi sacerdoti, incaricati di essere Suoi rappresentanti a capo della Comunità. Gesù è presente, infine, sotto le specie del Pane e del Vino consacrati. «Questo è il pane disceso dal cielo […] Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6 50-51)! Ecco dunque  «la Speranza della gloria!» (Col 1 27) In Gesù, Dio Si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio! Che altro dovremmo desiderare? Gesù Cristo è presente in mezzo a noi! Ma Lo accogliamo noi veramente? Quale fame abbiamo di Lui? Che cosa chiediamo quando andiamo a fare la comunione? Viene forse in noi da sconosciuto, come un estraneo a cui siamo indifferenti? Viene forse per la nostra condanna (1 Cor 11 28-32)? Non è vero che per la maggior parte del tempo siamo come Marta, talmente indaffarati con le cose temporali (Cfr. Lc 10 41-42) che non sappiamo trovare neppure il tempo per adorarlo?

Gesù non condanna certo il servizio. Egli stesso ne ha dato l’esempio quando il Giovedì Santo, per esempio, ha lavato i piedi ai Suoi Discepoli dicendo loro: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13 14). Quello che Gesù condanna è che dedichiamo alla cura delle cose temporali il tempo consacrato alla ricerca di Dio. «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna», dice Gesù (Gv 6 27). Dobbiamo custodire gelosamente il tempo libero del Giorno del Signore per consacrarlo all’accoglienza di Dio, nella preghiera e nel riposo (Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Dies Domini). Dio ci ha dato sei giorni per occuparci della nostra vita terrena e passeggera, e ci chiede, un giorno alla settimana, la Domenica, di alzare la testa, guardare verso il Cielo, e prenderci cura di Lui e della nostra vita eterna… Come potrebbe, il disprezzo della vita eterna, donataci al prezzo della Passione di Cristo resa miracolosamente presente nel Sacrificio Eucaristico, non avere come conseguenza la morte? Ecco perché mancare deliberatamente alla Messa domenicale è un peccato mortale (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2181). Vi è un tempo per ogni cosa. Il Maestro è là… Il Maestro, la Sapienza, la Vita stessa Si dona, e noi ci occupiamo di altro? Gli affari di questo mondo non devono assillarci al punto da indurci a far languire Nostro Signore, così desideroso di donarSi a noi! Se esistiamo su questa terra è solamente per nutrirci di Gesù Cristo e acquisire la conoscenza dei Misteri celesti, che è vita eterna (Gv 17 3)!

Lo scopo della nostra vita non è, come la società materialista, edonista, perversa ed empia, vuole far credere, la felicità terrena, la realizzazione quaggiù delle nostre potenzialità, per quanto preziose esse siano, ma la vita eterna, Dio stesso! «La speranza della Gloria! » (Col 1 27) Chi non comprende allora, se la preghiera è uno «sguardo interiore dell’anima volto a Dio mediante la fede e l’amore», che essa è indispensabile perché ci porta a «a vivere con Dio come si vive con una persona amata». Santa Teresa d’Avila affermava: «Per arrivare [a Dio] non c’è altra via che la preghiera, e se qualcuno ve ne indica una diversa, vi inganna» (Il cammino di perfezione, XXI, in Opere, vol. III, Cerf, 1982, pag. 96). Nella preghiera era sempre impegnata l’anima di Maria: ella  cominciava già a vivere la vita del Cielo, al punto che dimenticava le esigenze della vita terrena… E il Cristo, venuto solo per donarsi a noi, Lui che è la Vita del Cielo (Gv 14.6), non andava certo a distogliere Maria dalla sua occupazione! Dobbiamo saper rispettare la gerarchia dei valori e subordinare ciò che appartiene all’ordine dei mezzi a ciò che appartiene all’ordine del fine, l’azione alla contemplazione, la vita temporale alla vita eterna.

Vivere con Dio come con una persona amata dalla quale sappiamo di essere amati trasforma la vita in una preghiera continua. Ma per arrivare a questo, occorre superare molti ostacoli, provenienti sia dall’esterno di noi stessi, come le distrazioni, sia dal nostro interiore, come gli attaccamenti del nostro cuore a delle cure superflue, a dei piaceri inutili e a delle preoccupazioni sconsiderate. Questi ostacoli si possono vincere, sull’esempio di Maria, mediante la rinuncia e il raccoglimento, la concentrazione della nostra attenzione su Dio… qui presente… che stiamo cercando di conoscere e amare, e la dedizione al nostro dovere per amore di Lui.

La preghiera è «la parte migliore» (Lc 10 42) perché è la vita eterna che già inizia. E non può esserci «tolta» (Ibid.) perché essa non ha fine. La preghiera non ci distoglie dai nostri doveri. Al contrario! Essa ci rimanda proprio a questi, ma dopo averli purificati da ogni vanità e ricerca di sé. La preghiera, che ci fa «vivere con Dio come […] con una persona amata», ci rende attenti a ciò che Dio si aspetta da noi… ed è allora, e solo allora, che noi faremo bene quello che dobbiamo fare, perché lo faremo per amore di Dio, e quindi come Dio vuole che noi lo facciamo… Colui che agisce per un motivo diverso dall’amore di Dio pone un atto che non ha nessun valore per la sua vita eterna. Perciò sant’Alfonso de’ Liguori diceva: «Chi prega si salva, chi non prega si danna» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2744)…

Santa Domenica a voi, cari fratelli e sorelle, che siete venuti per adorare e ricevere «La Speranza della Gloria»!

Abbé Guy Pagès

 

Fonte:  http://www.islam-et-verite.com/homelie-seizieme-dimanche-temps-ordinaire-annee-c/

(Trad. it. a cura di Carmela Cossa)

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