In Francia, nel 2001, la legge Aubry ha fatto spostare il termine legale per l’aborto da 10 a 12 settimane. Che cosa è successo, in Francia, perché quello che fino a quel momento era considerato un essere umano a 10 settimane di gestazione adesso non lo è più? Il governo francese è in grado di rispondere a questa domanda? O bisogna invece riconoscere la mostruosità della pretesa di decidere chi è un essere umano e chi non lo è?

Questa pretesa fa sì che in Portogallo l’aborto è autorizzato fino alla 10a settimana di gravidanza; in Francia, fino alla 12a settimana; in Germania, fino alla 14a settimana; in Austria, fino alla 16a settimana; in Svezia, fino alla 18a settimana; in Inghilterra, fino alla 24a settimana… In altre parole, quello che è un essere umano in Portogallo non lo è in Francia, e quello che lo è in Portogallo e in Francia non lo è in Germania… I diritti umani sono universali sì o no? Se i diritti umani non sono universali, ma dipendono dal voto delle maggioranze parlamentari, in nome di che cosa siamo qui riuniti questa mattina? E che valore hanno le iniziative intraprese dal nostro paese e dalla UE nel mondo intero in difesa dei Diritti dell’uomo?

Ah, dimenticavo: se il bambino è disabile, l’aborto è permesso in molti paesi, fra cui la Francia, fino al termine della gravidanza… In altre parole, l’handicap fa perdere al bambino la sua natura umana. Ma, se l’handicap fa perdere la natura umana, i portatori di handicap sono sì o no degli esseri umani? Bisognerà uccidere i disabili che non sono stati uccisi prima della nascita? Chi non vede l’ipocrisia e la mostruosità della pretesa di discutere dei diritti del bambino, quando poi si accetta che il primo di essi – il diritto alla vita – venga violato in totale impunità dalle nostre legislazioni?!

Che vanità pretendere di lavorare per la pace nelle nostre società e per la felicità dei nostri concittadini, quando ognuno deve crescere con la consapevolezza che la sua esistenza non ha alcun valore trascendente, ma solo relativo al buon volere – arbitrario – di quelli più forti di lui! Come potrebbe, la legalizzazione dell’aborto, non essere causa di una violenza universale e mortale per la vita in società?

Questa follia omicida in Francia è tale che la Ministra dei diritti delle donne vorrebbe ora silenziare su internet il discorso che ho appena tenuto, attraverso la creazione di un «reato di “ostacolo digitale” all’aborto», sanzionato con due anni di prigione e 30 000 euro di ammenda! E a differenza dei loro omologhi belgi, inglesi o spagnoli, i farmacisti francesi non hanno il diritto di «rifiutare di effettuare un atto farmaceutico suscettibile di attentare alla vita umana», in violazione della libertà di coscienza contemplata dall’articolo 10 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e dall’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Chiedo ai paesi che hanno legalizzato l’aborto di abolire tale legislazione o, in alternativa, di chiedere alla CEDU (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) di essere condannati per genocidio.

Il 1° dicembre di quest’anno, l’Assemblea nazionale voterà secondo la procedura di emergenza una proposta di legge intesa ad estendere ulteriormente il campo d’applicazione del reato di ostacolo all’aborto. Grégor Puppinck, dottore in Legge e direttore dell’European Centre for Law and Justice (ECLJ), e Claire de la Hougue, dottore in Legge, avvocato presso il foro di Strasburgo e ricercatore associato all’ECLJ, sono tornati sulle sfide del testo.

 

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Inizialmente, come riconosciuto dalla legge Neiertz del 1993, il reato di ostacolo era volto a sanzionare i commando che perturbavano fisicamente il funzionamento delle cliniche di IVG. Tale reato è stato in seguito esteso una prima volta, con la legge del 4 luglio 2001, all’esercizio di «pressioni morali e psicologiche» e poi una seconda volta, con la legge del 4 agosto 2014 per la piena uguaglianza tra donne e uomini, all’«accesso all’informazione» sulla IVG.

Purtroppo, tutto ciò non è stato sufficiente; era necessario reprimere ulteriormente la libertà di espressione di quanti si oppongono all’aborto. Il nuovo testo condanna a due anni di prigione e a 30 000 euro di ammenda il semplice fatto di tentare di «dissuadere» una donna o il suo entourage dal ricorrere all’aborto tramite la diffusione di «allegati, informazioni o presentazioni distorte e di natura tale da indurre intenzionalmente in errore». È difficile potersi esprimersi in modo più vago.

Non è chiaro come possa, la semplice consultazione a scopo informativo di un sito internet, impedire di praticare un aborto o di ottenere informazioni. Questa infrazione così vaga si presta alle interpretazioni più estensive, in violazione del principio fondamentale dell’interpretazione rigida del diritto penale, dal momento che il legislatore ha il dovere di «definire le infrazioni con termini sufficientemente chiari e precisi per escludere l’arbitrio», stando al Consiglio costituzionale. Non è evidentemente il caso, nella fattispecie. Prova supplementare della faziosità della proposta di legge: una persona che diffondesse informazioni distorte al fine di incentivare l’aborto non sarebbe perseguibile. Ma nella realtà sono molte di più le donne costrette ad abortire sotto pressione dei loro parenti che quelle impedite dal farlo per la semplice consultazione di un sito internet.

Il fine ampiamente liberticida di tale illecito traspare fin dal rapporto del 2013 riguardante l’«accesso alla IVG sul territorio» dell’Alto Consiglio per l’Uguaglianza tra donne e uomini, che è all’origine dell’estensione del reato di ostacolo. L’Alto Consiglio ha ritenuto che i siti pro-vita esercitino «un ostacolo psicologico» alla IVG, in quanto cercano «sistematicamente di scoraggiare le donne dall’esercitare il loro diritto all’aborto», e che vadano perciò condannati.

Anche i medici si trovano sotto il mirino del reato di ostacolo. Durante il dibattito al senato nel 2013 sulla  precedente estensione del reato di ostacolo, Laurence Rossignol si domandava già «se non fosse il caso di estenderlo al personale medico». Per l’Alto Consiglio, il semplice uso di parole come «”recidivo”,”aborto di comodo” o anche  “fallimento” della contraccezione» sarebbe costitutivo di una «forma di ostacolo alla IVG». Utilizzando queste parole, i professionisti si renderebbero colpevoli di esprimere «rappresentazioni antiquate e moralizzatrici» e di partecipare «alla colpevolizzazione delle donne, non considerando l’IVG come un atto legittimo della loro vita sessuale e riproduttiva». Andando ancora più avanti nel controllo delle idee, l’Alto Consiglio prevedeva anche di «adottare un approccio di ‟naming and shaming”» nei confronti degli oppositori dell’aborto, in particolare con l’istituzione di una «lista nera» con nomi e cognomi.

Così, a forza di estensioni, il reato di ostacolo viene a costituire un vero e proprio reato di opinione,  dove il semplice utilizzo di determinate parole è sufficiente per essere condannati. Si tratta di ridurre al silenzio ogni ragionamento che metta in discussione l’aborto.

Mentre si richiama all’eredità di Simone Veil, questo progetto contraddice frontalmente ciò che ella dichiarava dinanzi all’Assemblea nel 1975. La Veil affermava allora che se la sua legge «ammette la possibilità di una IVG, è per controllarla e, per quanto possibile, dissuaderne la donna»Per lei, la legge del 1975 «non crea alcun diritto all’aborto» che resterà «sempre un dramma», «da evitare a tutti i costi». Lo scopo dichiarato della legge Veil era quello di controllare e prevenire l’aborto, non di incoraggiarlo né di banalizzarlo. È anche, questo,  l’impegno assunto dalla Francia in seno alle Nazioni Unite, alle conferenze del Cairo e poi di Pechino. Ci siamo in quel momento impegnati a «ridurre il ricorso all’aborto» e ad adottare «misure idonee per aiutare le donne ad evitare l’aborto». Che cosa si sta facendo in tal senso? Il ricorso all’aborto rimane molto elevato: in Francia è due volte più rilevante che in Germania e in Italia, paesi che sono riusciti a ridurlo rispettivamente del 20% e del 50% in dieci anni.

L’estensione del reato di ostacolo va anche contro il Consiglio d’Europa, la cui Assemblea invitava nel 2008 gli Stati «a fornire consigli e sostegno concreto per aiutare le donne che chiedono l’ aborto a causa di pressioni familiari o finanziarie» (risoluzione 1607 del 2008). Questo aiuto è precisamente ciò che intendono offrire i siti come www.ivg.net presi di mira dal governo.

Questo progetto porta anche un attacco diretto alla libertà di espressione, in particolare alla «libertà di internet» che è promossa nel mondo come una condizione della vita democratica. È molto probabile che se questa legge verrà portata un giorno dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la Francia sarà condannata come lo è stata recentemente la Germania per avere censurato una persona che paragonava l’aborto all’olocausto. La Corte di Strasburgo ha in effetti giudicato che il dibattito sull’aborto dipende dall’«interesse pubblico» e beneficia di una grandissima protezione, nonostante si tratti di «informazioni o idee (…) che possono urtare, scioccare o inquietare»Ne va dall’esistenza stessa di una «società democratica». Nessuno può mettere in dubbio che i siti sinceramente dediti ad aiutare e a dissuadere le donne dall’abortire beneficino di una totale libertà di espressione garantita dal diritto europeo.

D’altra parte, questa nuova estensione del reato di ostacolo è una buona notizia per i difensori della vita. Essa dimostra, ed è già una vittoria, che la retroguardia  femminista si è ridotta a reprimere grossolanamente la libertà di espressione per difendere i propri ideali libertari. Dimostra, inoltre, che la normalizzazione dell’aborto è stata una sconfitta: otto milioni di aborti in Francia, a partire dal 1975, hanno lasciato delle tracce. Può anche darsi che questa legge offrirà una tribuna e le più belle vittorie giudiziarie ai difensori della vita, provando per una volta ancora che le leggi ingiuste finiscono sempre per ritorcersi contro i loro autori.

 

Fonte:  http://www.islam-et-verite.com/droit-enfants-losce-labbe-pages-29-06-16/

 

(Trad. it. a cura di Carmela Cossa)

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